Ha il fascino delle cose antiche, l’inconfondibile ticchettio ha accompagnato i sogni di milioni di aspiranti giornalisti e di milioni di aspiranti scrittori, per gli errori di battitura esisteva il bianchetto o la x da ripassare sulla lettera sbagliata, non c’era il backspace o il tasto “canc”; i rulli di inchiostro (nelle versioni più serie si poteva utilizzare l’inchiostro bicolore) con il loro odore, era portatile anche se aveva un certo peso, si poggiava sulle gambe e il computo delle cartelle o il conteggio delle parole era fatto “a mano”… ma con l’avvento del pc non poteva non subire la stessa sorte toccata ad altri illustri antenati, dall’audiocassetta alla videocassetta (vhs, betacam…) e ormai solo qualche appassionato collezionista aspira ad averne una.
Per funzionare non aveva bisogno della corrente elettrica, non prendeva virus e se ben trattata era praticamente eterna…
Ho cominciato a scrivere anch’io con una macchina da scrivere, una vecchia “lettera 88” Olivetti appartenuta a mio padre che però ancora conservo. La lettera 88 non apparteneva alla categoria delle portatili, aveva una tastiera qzerty (non qwerty come quella del mac da cui scrivo questo post) e l’inchiostro bicolore, la spaziatura tra le righe avanzatissima e una meccanica così precisa, sensibile da poterci regolare il grassetto solo variando la pressione di digitazione.
Di bello non aveva nient’altro che il fascino legato alla scrittura, nessun ammiccamento alla bellezza e un colore grigio topo ad indicare che quello era uno strumento di lavoro e basta, senza fronzoli.
Poco tempo dopo arrivò la macchina da scrivere elettronica, teneva in memoria una riga per permetterti di correggere l’errore di battitura ma era solo un protopc che infatti della gloriosa macchina da scrivere sarebbe stato solo il traghettatore verso la scomparsa…
Oggi chiude l’ultima fabbrica (indiana) rimasta a produrre questo strumento e un po’ di malinconica nostalgia mi coglie.
Con la lettera 88 non avrei mai potuto scrivere questo post né tante altre cose che oggi faccio con il mio elaboratore personale, neppure la foto in testa a questo post sarebbe stata possibile ma in fondo devo dire grazie anche a quel rumoroso ammasso di acciaio così saggiamente assemblato se oggi ancora mi diverte scrivere.